E poi ho infilzato il destino spietato

La Granbassi torna in pedana dopo un calvario di infortuni

Dopo cinque interventi, un crack al ginocchio. «I medici mi dissero: Con la scherma hai chiuso»,
dice Margherita. «Invece eccomi qua. Ora voglio le Olimpiadi di Rio. E un bimbo in adozione»

[da Gente 11/06]

È pronta a sfidare Giove pluvio che minaccia temporale. Ma che saranno mai due gocce d’acqua di fronte a quella determinazione. Perché la foto qui a sinistra, guardatela bene, racconta tutta la storia recente di Margherita Granbassi. Racconta il desiderio di rivalsa, di «riconquistare il mio posto nella nazionale di scherma», di tornare a brillare nel dream team delle fiorettiste (con cui ha conquistato tre ori mondiali e due bronzi olimpici), che è fiore all’occhiello della nostra formazione olimpica. Margherita più forte delle avversità, quel cielo nero di infortuni al ginocchio sinistro che dal 2001 scandisce alti e bassi della sua vita agonistica. «Ho subito cinque interventi. All’inizio ho accusato problemi al crociato. Poi al menisco, poi ancora al crociato». E su tutto questo stress si è abbattuto il colpo di grazia. Nel luglio 2011, il verdetto del professor Maurilio Marcacci dell’istituto Rizzoli di Bologna è chiaro: occorre ricostruire la cartilagine, un menisco da donatore e cambiare la meccanica dell’articolazione. «Mi disse che in quelle condizioni era impossibile fare attività agonistica. E che comunque, anche se l’intervento fosse riuscito perfettamente, le possibilità di tornare in pedana erano ridotte. Senza operazione, comunque, non avrei più potuto avere una vita normale. Sedermi, fare le scale. Mi ha detto: “Pensaci su”. Ho realizzato che a trentanni non potevo arrendermi così. L’ho richiamato. Dopo qualche giorno mi ha operata». Quattro ore e mezza sotto i ferri. Ma non è stata quella la parte più dura. «Dopo l’operazione per quattro mesi non sono riuscita ad appoggiare il piede. Poi ogni passo è stato una riconquista, con il mio fisioterapista che mi spronava a migliorare, giorno dopo giorno. Ma io avevo un altro tarlo. Quello di rimettermi in guardia, di tornare in pedana. Mese dopo mese accarezzavo quell’idea. E grazie a Elvis Gregory, campione cubano, sono riuscita a rimettermi a gareggiare, a sconfiggere le mie insicurezze, ad affrontare i miei fantasmi. Lui è l’angelo custode della mia rinascita. Ho ricominciato a salire in pedana con i bambini, poi su, a livelli maggiori di età e bravura». Fino a quando sono arrivate le vere prove. Le Regionali di Ariccia, in cui si è scontrata con ragazze preparatissime e molto più giovani di lei. Ed è stata vittoria. E poi la coppa Italia a Lucca, dove anche qui si è aggiudicata il primo posto e la qualifica diretta agli Assoluti di Trieste, il primo giugno. Il cui esito è importante ma non determinante. «Sarà un’estate di grandissimo lavoro. Voglio tornare in Nazionale, con le mie gambe e con i miei risultati. Perché il mio sogno è arrivare all’Olimpiade di Rio nel 2016». Un obiettivo fisso, unico, lontano dalla sua più grande “distrazione”, la Tv. «Che però ha occupato la mia vita mentre ero ferma dall’attività sportiva». Si ricorda quelle invettive di Cossiga? Velina di Santoro, disse. «Eccome se me le ricordo, mi fece perdere il lavoro», dice. «Lui non aveva visto una sola puntata di quell’edizione di Annozero. Ero tutto tranne che velina. Una ragazza in jeans che faceva domande ad altri ragazzi in studio. Punto». Precisato che oggi Santoro «non lo sento più», facciamo il gioco dei confronti. Giulia Innocenzi, il volto giovane di Servizio Pubblico? «E preparata, più adatta di me».
Intanto tra colpi di phon e le note di Venditti che escono dal telefonino in versione juke box, arriva anche una chiamata di Carlo. Suo manager e, da oltre 5 anni, suo compagno. «All’inizio non mi stava neanche simpatico, con quell’aria di burbero. Poi ho scoperto una persona dolcissima, premurosa, presente, protettiva. E io amo essere protetta. Viviamo abbastanza alla giornata, anche se ora, guardando in avanti, uno scheletro di progetto c’è». Famiglia e figli? «Al momento vince la mia dimensione di atleta. Ma io adoro i bimbi. Carlo ha un figlio di 10 anni, Leonardo, con cui ho un ottimo rapporto. La maternità è un traguardo. Mi piacerebbe anche adottare un bambino. Ma un passo alla volta. Forse tra qualche anno non saremo più genitori giovanissimi. Ma si può pur sempre essere buoni genitori».

Francesco Vicario